CHI È PANTERA NERA?

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Nonostante fossi sempre stato un buon conoscitore dell’universo Marvel non avevo mai letto troppe storie ambientate o in cui veniva descritto approfonditamente il Wakanda.

Una delle poche cose che sapevo su questo paese era che lì si trovavano gran parte dei giacimenti esistenti nel mondo Marvel di vibranio, metallo capace di assorbire le onde vibrazionali ed estremamente prezioso sia a livello fisico che economico perchè parzialmente indistruttibile.

Ero a conoscenza anche che il re del Wakanda fosse l’intrepido T’Challa, portatore del manto della Pantera Nera e membro del supergruppo dei Vendicatori (il nome editoriale italiano con cui erano conosciuti gli Avengers).

Considerando poi che da bambino/ragazzo non ero un loro fervente lettore (preferivo l’Uomo Ragno e gli X-Men) e che quando lo sono diventato la Pantera non era uno dei membri del gruppo, sono rimasto per anni all’oscuro sulla storia di questo, ora, importantissimo personaggio.

Creato da Stan Lee e Jack Kirby sulle pagine di quel meraviglioso calderone creativo che era Fantastic Four, T’Challa debuttava sfidando e battendo singolarmente i quattro fantastici per poter dimostrare a se stesso di essere pronto a sfidare l’omicida del padre, il supercriminale “sonico” Ulysses Klaw.

Dopo essersi chiarito con i quattro fantastici ed aver instaurato con loro un rapporto di stima e fiducia viene invitato da Cap America ad entrare nei Vendicatori, diventando col tempo uno dei loro membri più fedeli.

Ovviamente, come sempre, Stan Lee aveva anticipato i tempi, creando un eroe ed un uomo di “successo” nero in un epoca in cui stavano appena per scoppiare le lotte per l’integrazione e per l’emancipazione degli uomini afroamericani, un eroe fiero, indipendente ed estremamente intelligente (avete mai sentito parlare dell’organizzazione rivoluzionaria delle Pantere Nere?).

Lee aveva creato un simbolo, un punto di riferimento “sano” per i giovani di pelle nera degli anni sessanta, allontanandosi dal cliché dell’uomo di colore ghettizzato ed in lotta per essere riconosciuto dalla società.

La Pantera Nera era invece il sovrano di un popolo che era riuscito a prosperare senza ingerenze da parte degli stati bianchi occidentali e a ottenere un livello di progresso e di benessere addirittura superiore a quelli degli stati che avevano colonizzato gli altri paesi africani, dimostrando come, se lasciato libero di agire, l’uomo africano possa ambire a riuscire ad affermarsi.

T’Challa infatti è laureato ad Oxford in fisica ed è uno degli otto uomini più intelligenti del pianeta, caratteristiche che si aggiungono alla sua capacità di essere un leader e uomo politico abile e capace di guidare il suo popolo in ogni tipo di situazione, avendo dimostrato di poter fronteggiare senza timore crisi come l’uscita dall’isolazionismo voluto dal padre T’Chaka o addirittura ribellioni e colpi di stato, come quello organizzato dal suo arcinemico Erik Killmonger (il Michael B. Jordan del film.).

Detentore del titolo di Pantera Nera, tramandato per diritto di nascita, possiede anche una gamma di poteri di origine mistica/sovrannaturale ottenuti ingerendo l’Erba a Foglia di Cuore, pianta ritualistica che può crescere solo in Wakanda e che trasmette capacità fuori dal comune.

Questa erba mistica conferisce infatti a chi se ne nutre capacità fisiche quali forza, agilità, velocità, riflessi e resistenza sovrumane oltre ad una percezione sensoriale tipica di un animale predatore, caratteristica grazie alla quale T’Challa può vedere in condizioni di totale oscurità, riconoscere una persona dal suo odore naturale rintracciandola ovunque essa sia e sentire frequenze che, a un orecchio ordinario, risulterebbero impercettibili.

Oltre ad alcuni numeri scritti da Christopher Priest e disegnati da Mark Teixeira facente parte dell’etichetta Marvel Knights e di cui sinceramente ricordo davvero poco l’unica cosa che ho letto del personaggio sono stati i primi sei numeri del reboot voluto nel 2005 dalla Casa delle Idee ed affidato allo sceneggiatore, regista e produttore cinematografico Reginald Hudlin ed al buon John Romita Jr., disegnatore dal tratto particolarissimo e che ha lavorato più o meno a tutte le testate Marvel.

Ammetto che avevo già visto la run “Chi è Pantera Nera?” su Sky, restandone estremante affascinato.

T’Challa mi era sembrato una via di mezzo tra Batman, James Bond e (ora la azzardo) Hurricane Polymar, dimostrandosi un uomo d’onore non disposto a farsi mettere i piedi in testa da nessuno.

Estremamente sicuro di sé, fiero e certo di potercela fare in ogni occasione, è un eroe senza cedimento alcuno, dai valori ferrei e definiti.

Klaw, ora un killer belga assassino del padre T’Chaka (era uno scienziato se non ricordo male), Batroc, Rhino, una nuova versione del Cavaliere Nero, un Uomo Radioattivo russo e non cinese ed un supercriminale mai visto prima di cui non conosco il nome e che si impossessa del corpo altrui, facenti tutti parte di un gruppo d’assalto interessato ai tesori del Wakanda.

Ammetto di essere rimasto un po’ stranito, non capendo dove “inserire” a livello di continuity quello che avevo prima visto e poi letto.

Oltre a ciò la scrittura fumettistica di Hudlin non mi ha convinto, dato che credo sia più portato a livello televisivo/cinematografico (ed infatti la trasposizione in animazione era godibilissima).

A mio avviso la trama si è rivelata essere a tratti molto superficiale ed il ritmo, seppur sostenuto (troppo, vista la velocità con cui vengono sconfitti i vari nemici della coalizione di supercriminali di Klaw), viene continuamente spezzato dal tentativo di inserire gag tipiche del Marvel Cinematic Universe e non funzionali a livello fumettistico (alcune penose secondo me).

In più Hudlin utilizza secondo me alcune battute che in altri media sarebbero state necessarie ma che in un fumetto, a mio parere, risultano banalizzanti, inutili e approssimative (meglio non metterle a questo punto no?).

Ho apprezzato molto invece il setting da lui creato ed il suo scegliere di mostrarci il cinismo tipico di quello che non “vediamo”della politica internazionale, trasmettendo il messaggio cioè che tutte le scelte ed i movimenti governativi spacciate spesso come umanitarie si rivelano essere in realtà per lo più utilitaristiche.

Romita Junior (che può piacere o meno) secondo me qui fa la parte del leone, risultando adattissimo ad un ambientazione a metà tra il tribale ed il futurista.

Questa run (da cui mi aspettavo moltissimo) la reputo leggibile ma non memorabile, avendomi lasciato un po’ l’amaro in bocca.

Riproverò ad approcciarmi a T’Challa con Nehisi Coates perché il personaggio secondo me è spettacolare ed ha delle potenzialità estreme.

L’Arrivo di un nuovo leader (parte seconda)

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Le avvisaglie c’erano tutte.

All’inizio una mail in cui veniva descritta l’obbedienza come principio regolatore dell’universo, passata in secondo piano e sepolta da un mare di novità e possibilità (anche se a posteriori erano solo che illusioni) estremamente coinvolgenti.

Poi promozioni insensate, basate sul passaparola e sull’appartenenza alla sua “visione”, invece che sul merito.

Avevo già deciso che la mia strada non sarebbe stata quella ma accanto a me avevo una ragazza che non mi faceva troppo bene e quando è così, volente o nolente, il lavoro diventa l’unico luogo in cui ti puoi rifugiare.

Ma se anche quello è un luogo “tossico” cosa fai?

Lavoravo a turni, in orari stranianti ed in mezzo a una disorganizzazione estrema ed esasperata da punizioni assurde e da un controllo continuo.

Sono anche stato molto bravo, dato che non sono riusciti a dirmi mai niente di che ma per riuscirci la fatica è stata tanta, anche perché tutte le dinamiche presenti si basavano su una sottile manipolazione affettiva che risuonava con mie antiche ferite.

Ero confuso e le mie priorità erano state ritarate a causa delle mie insicurezze.

Io volevo scrivere, non ero di certo un impiegato operativo, né una persona che accettava con semplicità le regole imposte, soprattutto se inique ed ingiuste.

Ma oltre alla disorganizzazione imperante eravamo molto spesso anche in sottorganico, dato che nel procedere del “piano aziendale” uno alla volta i miei colleghi venivano fatti sparire perché non più “idonei“a quella posizione.

Non venivano sostituiti badate perché il nostro diretto responsabile, in carica da pochissimo, per non andare contro ai voleri del nostro beneamato “leader“, preferiva lasciare noi a togliere tutte le castagne dal loro fuoco.

In più facevamo anche quello che gli spettava, nonostante sostenesse il contrario.

Massacrati, pieni di lavoro, stressati, controllati, privi di possibilità di lamentarci e carenti di personale.

Si, perché oltre a tutto non potevamo nemmeno dire nulla perché farlo in maniera diretta sarebbe potuto essere visto come un attacco alla gerarchia ed alle decisioni prese dall’alto. Noi non dovevamo pensare, se non quando dovevamo risolvere i problemi creati da decisioni prese unicamente per interessi dei singoli responsabili o, forse, per una combinazione letale di incompetenza ed incuria.

Nel mentre la mia relazione e la mia convivenza stavano andando a rotoli quindi non riuscivo minimamente a dedicarmi a quello che mi interessava per davvero.

Ero sempre al lavoro e mi sentivo come quei poveri schiavi che lavoravano, e morivano, nelle piantagioni di cotone.

Da lì, un’idea.

Non potevamo subire e basta, dovevamo ribellarci e mettere le cose a posto, unicamente per poter riuscire a vivere dignitosamente.

Per fare ciò l’unico modo era quello di utilizzare le armi del nemico, facendo arrivare alla “polizia del regime” una relazione firmata da tutti “noi” su come stessero perdendo l’appoggio di uno dei reparti più importanti a causa delle loro scelte.

E così facemmo, attendendo poi la chiamata in riunione, cioè il verdetto del nostro leader.

Ed una volta lì, nonostante fossero evidenti le prove di come le cose non andassero bene e fossimo noi la parte lesa, venimmo sgridati ed assistemmo a scene incredibili comprendenti pugni battuti sul tavolo ed urla per farci ritornare al nostro “posto”.

Gerarchia, gerarchia!

Cosa?

Sta davvero urlando…gerarchia?

E tra le urla e le minacce siamo comunque riusciti a portare giustizia, facendo leva sul fatto che il nostro responsabile, uno dei suoi “figliocci” più fedeli, era odiatissimo da tutti gli altri componenti della loro “famiglia”.

Il nostro responsabile venne quindi spostato in un altro ufficio un paio di settimane dopo.

Avevamo vinto!

Ora dovevamo solo mettere ordine in quello che avevano combinato, cercando di insegnare a due poveri stagisti, assunti un paio di mesi prima ed intanto abbandonati a fissare il muro, il nostro lavoro.

Da zero, in pochissimo tempo a nostra disposizione.

Ed ho fatto un capolavoro, formando quello che attualmente è considerato il più bravo a ricoprire quel ruolo e scoprendo quindi una forte attitudine come formatore.

E poi, arrivati al traguardo, un nuovo capo, nuovi problemi ed ancora meno possibilità di poter esprimere il proprio dissenso.

Dovevo andarmene, mi stavano consumando.

Ero già in esaurimento nervoso e soffrivo di una lieve depressione, cosi mi son fatto vedere da uno specialista e poi spostare da quell’ufficio infernale, facendo leva sulle mie condizioni.

E qui la mia “direttrice” con cui ho avuto sempre un rapporto conflittuale, mi ha aiutato molto, creandomi un nuovo ruolo ad hoc, in cui mi sarei dovuto annoiare a morte così da arrivare al licenziamento.

Anche se…c’era solo un unico problema… Provate ad indovinare chi sarebbe stato il mio nuovo responsabile?

L’Uomo più ricercato del mondo

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Non ho avuto una bella infanzia.

Non è successo nulla di incredibile, sia chiaro, ma mi son sentito davvero molto solo.

Solo, almeno fino a quando Peter Parker non è entrato nella mia vita.

Da quel momento la mia fantasia ha preso il volo.

Potevo finalmente distaccarmi da quello che stavo vivendo, sognando di essere il supereroe che avevo bisogno di diventare.

Potevo essere Peter Parker!

Così da quel fatidico Uomo Ragno Classic 6 mi sono ritrovato immerso totalmente e continuamente nel mondo Marvel, diventando un cultore di tutte le sue serie e leggendole ininterrottamente almeno fino ai miei diciassette anni di età.

I miei preferiti oltre a Spidey?

Gli X-Men: reietti, isolati e temuti da tutti ma sempre pronti ad aiutare gli altri ed a fare la cosa giusta (non credo fosse un caso che amassi proprio questi personaggi).

Ma poi si cresce e si perdono i vecchi amici.

Non li frequenti più, nonostante siano stati gli unici che in tutti quegli anni ti avevano davvero dato una mano.

Ma se si è amici per davvero poi ci si ritrova.

2008, IRON MAN, Robert Downey Jr.

I miei eroi, al cinema, un sogno divenuto realtà.

E poi, per caso, un mio amico compra un volume Marvel dell’epoca, chiedendomi alcuni lumi su quello che stava accadendo allora.

Scopro così un nuovo modo di fare fumetto e di creare crossover, un universo più amalgamato e coeso di quello precedente in cui gli eroi si incontravano ma di solito vivevano avventure separate.

Scopro che gli Skrull avevano invaso la Terra e che a salvarla era stato Norman Osborn.

Osborn, Il più letale nemico del Ragno, ora talmente potente da aver messo sotto scacco il mondo intero.

Era il Dark Reign Marvel ed io dovevo mettermi in pari.

Il Tony Stark dei fumetti non era come quello interpretato da Downey Jr.

Io credo che quello sia davvero Downey Jr. (anche se non ho letto Ultimates, forse lì ma non credo…) perché il Tony dei fumetti era un sì un playboy, un genio ed un uomo a cui piaceva godersi la vita ma non era di certo così eccentrico, impulsivo ed egocentrico.

Era un eroe molto piatto dal mio punto di vista, il cui unico cambiamento di status era avvenuto quando dovette affrontare un problema di alcolismo.

Eroico, geniale, affidabile, equilibrato, noioso, questo era per me Tony Stark/Iron Man.

Poi, forse proprio perché scelto come primo eroe da portare al cinema, la Marvel lo rese più “centrale”nel suo universo rispetto a quanto già non fosse nella sua versione precedente.

Uomo più influente del mondo, vincitore della Civil War, direttore dello SHIELD e possessore della tecnologia Extremis che lo rendeva un IRON MAN molto più avanzato di quanto non fosse prima.

C’era solo un piccolo problema che “cozzava “con la visione eroica data dal film di Favreau… per ottenere tutto quel potere Tony aveva combattuto e calpestato quelli che erano stati i suoi compagni ed i suoi amici di un tempo, Capitan America compreso.

Doveva redimersi agli occhi del pubblico, tornare ad essere un eroe e per farlo doveva crollare e perdere tutto.

L’Uomo più ricercato del mondo è la storia della fuga di Tony da Norman Osborn (intanto succedutogli come direttore dello SHIELD) per far sì che quest’ultimo non si appropri dei segreti e della conoscenza che era stata a disposizione dello stesso Stark (le sue armature, le sue tecnologie ed il database di registrazione dei super-umani con le loro identità segrete).

Il piano di Tony è di quelli assurdi, sulla falsariga di quelli del personaggio cinematografico.

La premessa è quella che Extremis avesse cambiato Stark, upgradandolo ad un altro livello di utilizzo del proprio cervello.

Questa nuova “abilità” gli aveva permesso di caricare il database di registrazione direttamente nella sua testa, evitando così di conservare quei dati in un luogo in cui avrebbero potuto essere trovati.

Ora però quei dati andavano cancellati.

Per farlo l’unico modo era quello di collegarsi a vari terminali presenti in tutti i laboratori disposti in giro per il mondo da Stark e caricare un programma che avrebbe cancellato tutti i dati in suo possesso.

Tony, una volta concluso questo processo, sarebbe divenuto un vegetale, un involucro privo di coscienza “riattivabile” però unicamente attraverso determinati procedimenti medici.

L’ostacolo da superare ovviamente era che nel mentre Osborn/IRON Patriot, la sua Hammer (nuova denominazione dello SHIELD) ed i suoi alleati ricercavano in lungo ed in largo Tony, cercando di catturarlo in tutti i modi.

In questi laboratori erano però contenute anche le vecchie versioni della armatura di Iron Man così da poter permettere a Stark, man mano che parti della sua mente venivano cancellate, di poter avere a sua disposizione una tecnologia che potesse comprendere, alla portata della sua nuova condizione mentale.

Namor, Madame Masque, Hood, il Controllore, la Dinamo Cremisi, la Vedova Nera e la prima apparizione dell’ armatura difensiva di Pepper, Rescue (segnatevi questo nome perché a breve dovrebbe apparire anche in Avengers: Endgame, almeno secondo i vari rumour).

Non vi basta?

Disegnata da Salvador Larroca, che già conoscevo per aver lavorato su Heroes Reborn e sui Fantastic Four e scritta da Matt Fraction (sceneggiatore che con questa run ha vinto un Eisner Award, l’Oscar del fumetto) l’Uomo più ricercato del mondo è un must have se si è fan di Tony, un nuovo punto di partenza per il personaggio.

Non conoscevo Fraction prima di leggere questa run ma ora mi sa che dovrò andare a recuperare i suoi lavori, in primis Hawkeye e Fear Itself.

L’Arrivo di un nuovo leader (parte prima)

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No, non voglio raccontarvi la mia storia per mero egocentrismo.

Non voglio farlo nemmeno perché credo di poter insegnare qualcosa a chicchessia.

La mia è una necessità perché ho visto che quello ho vissuto può accadere a chiunque, dato che, come me, è capitato anche a tutti i miei colleghi di lavoro.

Voglio raccontare la nostra storia anche se, novizio come sono nel redigere il piano editoriale di un blog, sto ancora cercando di trovare quale può essere il percorso giusto per arrivare a spiegarmi al meglio.

Il mio articolo sull’ambizione, apparentemente fine a se stesso, serviva a questo, a far comprendere cioè come possano esistere dei “ganci” e delle regole sociali che non fanno altro che aprire la strada a personaggi molto più pericolosi di quanto ci si possa davvero render conto.

Credo infatti fermamente che non possediamo i mezzi per poter davvero comprendere una cosa come quella che sto per raccontare perché purtroppo, non siamo nemmeno in grado di comprendere il sottile confine tra normalità ed anormalità, tra sanità mentale e follia, tra funzionalità e disfunzionalità.

Sappiamo solo adattarci e cercare di sopravvivere, facendo il possibile per cercare di rimanere in piedi, sperando di non cadere.

Ci riusciamo perché sappiamo ingoiare i rospi che dobbiamo ingoiare e non parlare quando ci conviene star zitti, siamo in grado anche di far finta di niente quando non ci conviene combattere.

Ma poi, quando tutto è finito, se siamo abbastanza intelligenti per farlo, ci chiediamo come sia stato possibile che gli eventi abbiano preso una determinata piega.

Esistono persone che non funzionano davvero come tutti gli altri.

Certo, possono sembrare esattamente uguali a tutti noi ma in loro qualcosa si è rotto, qualcosa di profondo che ha reso la loro maturazione diversa ed ha fatto rinnegare la loro emotività, così da non soffrire.

Io non sono un esperto, sia chiaro, e non credo di aver compreso così per bene questo fenomeno ma so che mi è capitato “incontrarli”ed ho imparato, a mie spese, a “riconoscerli”.

Non ero ancora in grado di farlo però quando è arrivato lui.

Elegante, educato, estremamente sorridente.

Vincente.

Non che il precedente capo non fosse competente o preparato ma ogni cosa che faceva serviva a dimostrare quanto bravo fosse stato in ogni momento della giornata ed in ogni scelta presa.

Il nuovo capo no, lui era equo, trasmetteva sicurezza e carisma.

Lui non aveva mai paura di cambiare strategia. Lui sapeva sempre cosa accadeva nel mondo del business, ti ascoltava, ti comprendeva.

All’apparenza, il capo perfetto.

All’apparenza

e l’apparenza molto spesso inganna…

Io avevo bisogno di essere ascoltato, di essere considerato.

Problemi miei, sepolti lì, in profondità, che prima o poi avrei dovuto affrontare.

Avevo bisogno di rivalsa.

Ovunque, anche negli ambiti di cui mi importava davvero poco.

Il lavoro per me era uno di questi, un luogo in cui andare a fare il “mio” senza far nulla di più, dato che consideravo quel luogo come non adatto a me, un errore di percorso, utile ma non centrale nel mio cammino.

Eppure…un minimo di riconoscimento non mi avrebbe fatto poi così male.

Un minimo eh, un “ehi, ma sei bravo!”, mentre mi occupavo delle mie interessi fuori di là.

Ed in quel momento ecco arrivare lui, il “restauratore”.

Col nuovo capo si può parlare penso, così gli faccio notare certe cose che per me andrebbero cambiate.

“Bravo, ottime osservazioni”

Avevo avuto un “contatto”, intessendo un legame sottile e non visibile con questo nuovo dirigente.

Lui credeva in me, pensavo, e di conseguenza io credevo in lui.

Che avessi trovato il mio mentore?

Che mi fossi sbagliato, credendo che quella non fosse la mia strada mentre, semplicemente, ero stato circondato dalle persone sbagliate?

All’improvviso mi ritrovai centrale (apparentemente) nel progetto del mio ufficio, insegnando a più persone a lavorare.

Ero il mandatario sottile e silenzioso della visione del nostro “riformatore”.

Devono essere educati” ripeteva, parlando degli operai con cui ci interfacciavamo, ed io, ingenuamente, credevo che intendesse unicamente che dovevamo dare loro alcune regole utili per poter poi gestire al meglio la propria posizione lavorativa.

Sono competitivo, ma a modo mio.

Non andrò mai a fare cattiverie agli altri e mai combatterò con tutto me stesso per dimostrare di essere meglio di te se non lo sono.

Eppure competevo come non mai perché volevo essere visto come il migliore.

IL migliore, quando ero partito con l’obiettivo di essere visto semplicemente come un lavoratore bravo e competente, mentre guadagnavo il denaro necessario per capire cosa volessi fare davvero nella vita.

Mi ritrovavo anche ad essere attaccato al lavoro come non ero mai stato prima.

Era necessario se volevo essere visto bene perché gli altri, quelli visti bene, facevano così .

Gli altri.

Non era solo il mio mentore, era il mentore di molte altre persone.

Credeva in loro, mentre a me sembravano impresentabili.

Mi chiedevo come mai, mentre andavo avanti senza fermarmi a riflettere.

Ma in fondo credeva così tanto in me, chi mai lo aveva fatto prima?

Ed io credevo in lui, fermamente, ciecamente, così come credevano in lui tutti gli altri suoi “figli”, tutti gli altri suoi “agenti”.

Era diventato un culto, una vera e propria fede.

Sono in mezzo a noi, e non siamo in grado di riconoscerli.

Molto spesso dissimulano, facendo ricadere le loro colpe su altre persone, facendoci credere che anche loro sono delle vittime e che i veri carnefici sono altri.

Questo è quello che fece con lei, con la “figlia”non desiderata, con la figlia che stava alle regole ma che era indipendente dal suo credo.

Lei, la “figlia”che lo ascoltava in tutto e per tutto ma che forse non credeva così tanto in lui, che forse fingeva solamente di farlo.

Quello che era certo era che lo sfidava di nascosto, sabotando le azioni degli altri suoi “figli”ma non osava mai combatterlo apertamente, probabilmente temendo le sue reazioni.

Se qualcuno dovesse chiedere cosa sia successo in questi anni le risposte che otterrebbe sarebbero estremamente diverse tra loro, risultando confuse o totalmente decontestualizzate.

Di certo, da quando erano arrivati questi due dirigenti qualcosa sembrava essere sfuggito di mano.

Pensavo davvero dipendesse da lei però, perché io credevo in lui e lui credeva in me.

Eppure lui osservava i suoi figli competere tra loro per vedere chi fosse il favorito senza intervenire mai, tranne quando puniva chi aveva pensato di poter scavalcare la gerarchia da lui data per creare un ordine tra i suoi “favoriti”.

Tutto l’ambiente era unicamente pervaso da rivalità, sfiducia e diffidenza.

E nel mentre squadre speciali di controllo erano state istituite, squadre che dovevano segnalare chi sgarrava, chi non era utile o chi non stava alle regole di quello che all’inizio sembrava essere il capo perfetto.

Ora tutti potevano essere destituiti e tutti potevano essere salvati, in un “mondo” che secondo me non seguiva più una logica e non aveva il minimo senso di esistere.

Continuavo ad impegnarmi, sia chiaro, ma mentre prima qualcosa mi veniva riconosciuto ora venivo sfruttato e basta, venivo “mangiato”e privato di tutta la mia energia, in un clima di terrore e sospetto.

Ed anche lui mi aveva abbandonato, lasciandomi lì in attesa di un suo ordine o di una sua necessità.

Arrivai così all’esaurimento nervoso, lieve per fortuna, e decisi d’impulso di organizzarmi per poter essere spostato in un ufficio meno prestigioso e con orari migliori, così da potermi riprendere.

E lei mi ha aiutato, di molto, spostandomi dove potevo avere una vita molto meno incasinata e proteggendomi poi nel corso degli anni..

Eppure era solo colpa sua se mi era successo questo…o almeno così credevo.

Una cosa però non la riuscivo ancora a comprendere appieno… come ero arrivato fino a quel punto?

Perché avevo sprecato tutta quella energia in qualcosa che non credevo facesse davvero per me?

Passati moltissimi anni ora ho capito che quello che stava accadendo lì dentro esulava dal mondo del lavoro.

Stavamo infatti vivendo tutti una situazione psicopatologica di proiezioni familiari, scatenata dalla presenza di un predatore affettivo sottile ed estremamente manipolativo.

Un predatore nascosto tra noi ma che funziona in una maniera molto diversa, un essere “spezzato” studiato da tutti i grandi della psicanalisi e della psicoterapia moderna, un genere di persona che Otto Kernberg definì come narcisista maligno.

Ambizione e…magia nera?

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Il mio mondo era andato in frantumi.

Avevo individuato la strada per la libertà nella necessità di dover scalare la “piramide sociale” e di conquistare la sua vetta.

Pensavo infatti che solo così avrei ottenuto l’unica cosa di cui credevo necessitassimo per arrivare ad essere liberi.

I soldi.

Rafforza l’ego, diventa scaltro, capisci come sono fatti gli altri e superali, diventando meglio di loro, più forte di loro.

Questo “processo di crescita personale” non è forse quello che la società di oggi ci suggerisce di perseguire?

Non è forse così che ci vogliono?

Competitivi, arrabbiati, disposti a tutto?

Mors tua vita mea nonostante tu sia mio amico, nonostante io ti stimi, nonostante io ti possa anche voler del bene.

Ci insegnano che bisogna adattarsi, che bisogna obbedire ciecamente e che solo “cedendo” una parte di noi possiamo ottenere quello che desideriamo ma non è forse questo il principio primo che regola quella che noi conosciamo come magia nera?

Non è forse proprio questo schema di comportamento che le religioni antiche e moderne hanno da sempre fatto coincidere con quelle che sono state definite come “tentazioni demoniache”?

Faccio a pezzi la mia integrità per poter superare determinati ostacoli, convinto poi che io sarò esattamente quello di prima.

Perché io sono più furbo di loro, sono il più furbo di tutti.

Non la pensiamo forse tutti in questo modo?

Non pensate che forse sia uno stratagemma come un altro per farci entrare in una sorta di trappola per topi da cui poi non riusciremo più ad uscire?

Sto ricostruendo il mio mondo.

Leggendo, informandomi, partecipando a mille eventi a cui non avrei mai partecipato prima.

Anni fa credetti di incontrare una ragazza che potesse fare per me, che potesse essere una buona compagna di vita.

Sbagliavo, ma per fortuna lo capii in tempo.

Avevo però all’epoca anche un rivale in amore, un ragazzo che era interessato solo fisicamente a questa donna, un ragazzo che aveva “osato”sfidarmi mettendo in gioco l’unica arma a sua disposizione, mettendo in campo l’unica cosa che ero consapevole a me mancasse.

I soldi.

Ego vs ego, l’ego migliore e più forte avrebbe ottenuto la ragazza.

Io la cercai invano, lui la ottenne e la usò, io la rifiutai poi quando venne da me, pentita.

Ma io, comunque offeso dalla sfida che mi era stata fatta, reagì con boria e superbia, cercando di ottenere quello che avevo visto mi mancasse.

Accettai così di tornare a far parte di un reparto lavorativo da cui me ne ero già andato anni prima, scelta che si rivelò come la peggiore della mia vita.

Ma fu anche la miglior scelta della mia vita, perché sbagliare così palesemente distrusse tutto quello che avevo erroneamente costruito.

Il mio “errore di valutazione” mi fece tornare esattamente al punto da dove ero partito, anche se con meno retribuzione e molta meno autostima di prima.

Infatti, anche se decisi io di tornare nell’ufficio dove lavoravo quando avevo ottenuto la mia “promozione”, non riuscivo a capacitarmi di come avessi potuto fare una scelta così avventata e poco razionale.

Io, che credevo di aver compreso esattamente come girava il mondo.

Io, che ora dovevo capire esattamente cosa mi avesse spinto a mettermi in una situazione che sapevo già non facesse per me.

Molte persone non fanno così, non si fermano per cercare di comprendere per bene quello che è accaduto.

Molte persone si rialzano e ci riprovano, magari fallendo ancora o magari riuscendo nel loro intento, sicuramente investendo gran parte della loro energia in qualcosa che magari nemmeno interessa loro davvero.

Fanno così unicamente perché devono farlo, o perché si sentono così “importanti”da dover per forza ambire a determinate posizioni, cariche, retribuzioni.

L’ambizione si trasforma quindi in un mostro, in un demone a cui la società dà perennemente energia invece di insegnare a chi la compone ad essere appagati, ad essere sereni, ad essere felici.

Un uomo felice non darebbe mai energia ad un meccanismo così perverso come quello che abbiamo creato mentre un uomo ambizioso invece, pur di ottenere qualcosa in cambio, farebbe qualsiasi cosa.

Non è forse questo il principio primo di quella che noi definiamo magia nera ?

The Order

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The Order è il secondo cortometraggio a cui ho lavorato, anche se poi è diventato il primo che di fatto io ed i miei amici/soci abbiamo terminato.

Nato un po’ per caso, di certo non era stato concepito per essere quello in cui poi si è trasformato.

Nel marzo del 2015 il mio amico Riccardo (http://www.riccardoberdini.com/, guardate cosa è in grado di fare! ) si era appena trasferito a Los Angeles e, provenendo dal mondo del teatro, si ritrovava con la necessità di girare alcune scene cinematografiche da inserire nel suo showreel.

Purtroppo non essendo io uno sceneggiatore professionista (non lo sono diventato nemmeno adesso sia chiaro) non avevo nulla di pronto da potergli proporre, nonostante volessi aiutarlo e mi allettasse l’idea di lavorare di nuovo assieme a lui. Nulla, a parte del materiale che proveniva da un corso di scrittura creativa a cui avevo partecipato tempo prima, corso tenuto dal bravissimo Corrado Premuda (se siete di Trieste andateci!).

Tra questi miei pseudolavori, l’unica cosa che pensavo potesse assomigliare ad uno script cinematografico era (o almeno così credevo) il mio fallace tentativo di provare a scrivere una scena teatrale.

Nel Temperamatite (il corso di scrittura creativa si chiama così) ad ogni lezione trattavamo una tipologia di genere o di stile diverso e, dopo averlo definito, provavamo noi stessi a scrivere qualcosa di simile per vedere se questo ci fosse o meno congeniale.

L’ unica limitazione alla nostra produzione era che dovevamo seguire alcuni “paletti” imposti da Corrado, così da poter affinare il controllo sulla nostra scrittura. Nel caso della scrittura per il teatro, questi consistevano nel poter utilizzare due soli personaggi ed un unico oggetto attorno il quale costruire la scena.

La mia immaginazione così mi condusse ad un film, V per Vendetta, tratto da una graphic novel scritta da uno dei gotha del fumetto mondiale, Alan Moore (lo amo, sappiatelo!) ed al rapporto lì descritto tra Eve ed il protagonista della storia, il terrorista V.

Mescolando le carte in tavola decisi di creare un vero carceriere ed una vera detenuta, due archetipi utili a rimarcare due punti di vista e due schemi valoriali diametralmente opposti, mentre come oggetto “centralizzante” scelsi… un cappio!

Due ore di stesura ed un mesetto di lavorazione dopo (fatto insieme ad una ragazza americana che sceneggiatura l’aveva studiata per davvero) ed ecco nascere The Order, corto dalla maggior spettacolarizzazione rispetto alla mia idea iniziale ma ancora molto fedele alla dicotomia libertà/controllo su cui avevo deciso di basarlo.

Perché dentro di noi esiste qualcosa di profondo, una parte segreta che è il nostro vero io e che comprendendo ogni cosa cerca, in ogni modo, di farci avvicinare ai veri noi stessi, facendo venire alla luce quello che non riusciamo a capire razionalmente.

In quel periodo infatti stavo attraversando uno dei momenti peggiori della mia vita poiché mi ritrovavo ad essere dipendente in un’azienda che utilizzava tutti i mezzi a sua disposizione per trasformare quelli che erano dei semplici “uomini” in soldati, adoranti o spaventati, privi di ogni iniziativa non richiesta e modellati secondo le esigenze comportamentali di persone a cui non interessava la reale buona riuscita del lavoro in sé ma solo il dominio incontrastato delle forze produttive.

La cupola organizzatrice di questo modello, comprendente componenti affiliatisi per motivi totalmente diversi tra loro (non tutti erano realmente “cattivi”, sia chiaro), è stata protagonista di azioni  che considero terribili, andando molto oltre a quelli che considero essere i miei limiti sia etici che morali, azioni “necessarie”per poter punire, ed estirpare, coloro che non avevano accettato profondamente il nuovo ordine.

Il loro obiettivo mi è stato chiaro fin da subito e si può anche considerare come abbastanza “normale” (se si può definire normale una pratica simile), cioè formare una coscienza ed una filosofia ben definita ed accettata da tutti i dipendenti, in un piano di creazione di un “pacchetto”di immagine aziendale atto a far aumentare il valore dell’azienda stessa.

Faccio una premessa fondamentale, facendo notare come queste persone fossero arrivate con il ruolo di salvatori, con l’intento di dare delle regole e di portare una sorta di equità ad un luogo dove le differenziazioni di trattamento erano all’ordine del giorno (se eri “dentro”ottenevi qualcosa in più, quelli “fuori” non ottenevano invece niente), ruolo che avevano quindi avuto quando l’azienda era già avviata da molto tempo, trovandosi in una situazione che era già ben che definita. Il processo di strutturazione della filosofia aziendale doveva quindi essere rapido e chirurgico in quanto ,come detto prima ,l’obiettivo principale era un altro, cioè creare un “prodotto” appetibile alla vendita e che comprendeva, oltre ad infrastrutture valide, anche un pacchetto di dipendenti fedeli ed obbedienti.

Cosa c’era di diverso dalle altre realtà e/o situazioni di questo tipo?

Il metodo.

Iniziò con l’invio di alcune lettere di richiamo, erogate per far si che operai ed impiegati adottassero comportamenti consoni (cosa che ci può anche stare)e proseguì con lo spostamento di quelli che non erano ben visti, trasformandosi poi ben presto in un delirio totalitarista in cui il dissenso doveva essere eliminato ed in cui nessuno era più al sicuro dalla possibilità di essere “epurato”, perdendo così ciò che si era ottenuto fino a quel momento nella propria “carriera” (traslandolo in altri ambienti ed in altre situazioni ben più tragiche vi ricorda qualcosa?).

Retti da uomini senza troppi scrupoli e senza empatia,ho passato anni in cui intorno a me insorgevano malattie psicosomatiche, psichiche, fisiche ( ci sono stati perfino alcuni morti sul lavoro), dovute credo alla presenza, continua e generalizzata, di un sistematico clima del terrore.

Tutto ciò in nome del capitalismo più radicalizzato, dell’ambizione più cieca e della convinzione di non poter ottenere gli stessi risultati con il dialogo e con la collaborazione ma solo “forzando”e piegando la volontà altrui con la prepotenza.

Con il tempo poi, ti ritrovavi ad osservare come la gente si ritrovava cambiata senza nemmeno accorgersene, mutata dalla paura di perdere il posto di lavoro, attenta a come si comportava per non ritrovarsi poi inserita in una blacklist immaginaria che ti faceva diventare non gradito anche dagli stessi colleghi e non accettato da quelli che si erano piegati prima di te (avete visto the Wave?).

E chi ancora resisteva lo faceva unicamente lamentandosi davanti alla macchinetta del caffè, facendomi comprendere che per inneggiare alla libertà, per crederci per davvero, devi anche essere disposto a lottare per essa e ad arrivare fino in fondo, sacrificando quello che pensi sia “tuo” (e che molte volte altro non è che un’illusione).

Da questo mio personale vissuto è nato the Order (https://www.imdb.com/title/tt8343542/), corto selezionato a concorsi cinematografici a Los Angeles, Chicago e Mosca.

Password: order1

Enjoy!

P.s.: il corto è in inglese, a breve pubblicherò anche la sceneggiatura!

PENNY DREADFUL/ Dorian Gray, il ritratto del narcisismo (spoiler)

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Dorian Gray, ovvero uno dei personaggi meglio caratterizzati dell’intera serie, esteta privo della ben che minima moralità, immortale devoto alla depravazione, giovane abitante della notte interessato solo alla scoperta ed alla ricerca di ogni nuovo tipo di esperienza possibile.

Interpretato da Reeve Carvey, attore che aveva precedentemente ricoperto il ruolo di Peter Parker nello sfortunato musical su Spider-Man, il Dorian Gray di Penny Dreadful risulta essere un belloccio sui generis, non facendo di certo della mascolinità e della virilità i suoi punti di forza.

Dalla fisicità quasi androgina e dalla muscolatura inesistente il volto di Dorian è quello di un giovane raffinato ed affascinante, dai lineamenti dolci e quasi femminili, lineamenti che nascondono uno sguardo freddo, distante e predatorio.

Sempre elegantissimo, sia nei modi che negli abiti (a proposito, i costumi di Gabriella Pescucci, artista italiana già vincitrice anche di un premio Oscar, sono una delle cose migliori di questa serie ) è una presenza eterea e sovrannaturale che, veleggiando annoiato in una Londra dominata dai drammi dei nostri protagonisti, entra in contatto con tutti loro o quasi, catturato dalla loro unicità e dalla loro vicinanza con la sua particolare condizione.

Il suo costante bisogno di vivere nuove esperienze senza porsi limite alcuno ci viene già fatto comprendere la prima volta che lo incontriamo, quando lo troviamo intento a supervisionare il lavoro di un fotografo nel salone principale della sua villa, lavoro che consisteva nel rendere “immortale”attraverso i loro scatti la modella del giorno, una meretrice gravemente malata di tisi.

Brona Croft (personaggio con cui intesserà un rapporto molto profondo nel corso delle stagioni) diventa quindi l’occasione unica di poter consumare un rapporto sessuale con un essere morente, esperienza che la rende agli occhi di Dorian qualcosa di più della solita donna da far diventare, seppur solo temporaneamente, simile a lui.

Il dominio sulle emozioni altrui, unito alla capacità di comprendere immediatamente i più profondi desideri di chi gli si para davanti lo rendono in grado di modulare i propri comportamenti in base alle sue necessità, rendendolo un predatore abilissimo che, nascosto dietro ad un sorriso, ti riesce a convincere che ogni cosa che vuoi possa essere raggiunta e che ogni peccato possa essere vissuto senza colpa e senza vergogna alcuna, a condizione però di abbandonarsi a lui totalmente.

Riuscito a farti credere questo, il suo modus operandi consiste nell’ idealizzarti mettendoti su un piedistallo, almeno fino a quando non si sarà stufato di te e non verrà incuriosito da qualche altra preda, momento in cui ti abbandonerà così, su due piedi, come se tu non esistessi più.

Questo è esattamente quello che accade alla transessuale Angelique che, dopo aver attirato con la sua audacia le attenzioni del giovane, si ritroverà poi a scoprire il suo segreto più grande trovando il dipinto nascosto di Gray, pagandone le amare conseguenze.

Il suo dipinto , il suo vero volto, custodito gelosamente in un’area segreta della sua casa, non viene mai visto come un limite, né come una maledizione, né viene osservato con sdegno o con ribrezzo dall’immortale, rivelando come le sue azioni fossero per lui solo fonte di soddisfazione e di gioia.

Il vero sé di Dorian, vecchio ed imbruttito dall’età e dalle continue malefatte, rappresentazione del suo fisico e della sua anima, diventa quindi un vanto dell’astuzia dell’apparentemente giovane uomo, un ricordo del gesto che gli ha permesso di poter restare per sempre giovane e bello.

Ethan Chandler, Vanessa Ives e Lily Frankenstein (la rediviva Brona Croft, morta di tisi e risorta da Victor Frankenstein per soddisfare la necessità della sua creatura primogenita di una compagna) vengono tutti sedotti ad uno ad uno da Dorian ma sarà solo quest’ultima, immortale, speciale ed unica come lui, che riuscirà a scalfire la perfetta e falsa immagine costruita da Gray, promettendo al giovane un sogno di dominio assoluto ed elitario, un dominio dato dalla loro ineluttabile e divina superiorità.

E proprio lei, in uno dei dialoghi più belli della serie, diventa testimone del pensiero profondo di Gray, della profonda solitudine che la sua condizione di immortale gli aveva donato e della speranza recondita che questi metteva in ogni incontro di trovare qualcuno di simile a lui, qualcuno con cui condividere quella che, a differenza di tutti gli altri “mostri”della serie, lui vedeva come un segno di superiorità nei confronti degli altri, noiosissimi, esponenti della razza umana.

La perfezione dell’immortalità”, il cui prezzo da pagare è il negarsi per sempre all’amore, agli affetti ed alla passione, pericolose emozioni che possono ridurti in cenere se sei così stolto da farti travolgere da esse.

Ascoltare il discorso di Dorian mi ha fatto capire come il suo comportamento mi avesse sviato, dato che avevo creduto fino a quel momento che lui, come gli altri protagonisti della serie, cercasse qualcuno che lo amasse e lo accettasse per quello che era mentre il suo intento era in realtà solo quello di cercare compagnia e di trovare qualcuno con cui condividere le sue noiose giornate.

Lily, abbandonando Dorian, lasciandolo alla sua solitaria visione di una fredda eternità, perfetta, immutabile ma vuota lascerà alle sue spalle un uomo troppo pieno di sé e troppo convinto di essere speciale per poter accettare la realtà:

Tornerai. Ed io sarò qui.”

Nei miei momenti di solitudine, affranto dalla difficoltà che avevo nel condividere con gli altri quello che di profondo avevo da dare, mi sono pienamente affidato all’ego ed alla superbia ,reagendo così d’orgoglio all’inutile competizione che la società mette in atto per tenerci impegnati.

Se voi non mi comprendete, o pensate di essere meglio di me, vi dimostrerò quanto vi state sbagliando!”

Stavo quindi diventando un classico villain fumettistico, intraprendendo un cammino fatto di ombre, di lotte e di sopraffazione, tutto in nome di un’idealistico ed utopistico obiettivo finale intriso d’amore e di realizzazione.

Quello che il personaggio di Dorian Gray e la visione di John Logan mi hanno fatto comprendere è che una volta che inizi un cammino oscuro, seppur le tue intenzioni siano buone, non puoi far altro che dar energia al buio, permettendo ad esso di divenire parte di te.

Avevo creato un meccanismo di difesa basato sulla superbia per poter nascondere tutte le mie profonde insicurezze e le mie mancanze e, di conseguenza, cercavo una compagna all’altezza di quello che mostravo io fossi, non permettendo a nessuna però di conoscermi , di criticarmi e di farmi del male.

Capivo come i loro valori fossero diversi dai miei e le evitavo, senza però aver compreso fino in fondo quelli che erano davvero i miei di valori. Stavo creando un altro me stesso e mi stavo pienamente convincendo che quello fossi davvero io, come d’altronde facciamo un po’ tutti, anche se non tutti riescono a rendersene conto .

Ci identifichiamo con l’Ego, con la Persona che ci permette sì di vivere e di integrarci nella società, ma ci fa perdere di vista il nostro vero Sè e quindi il nostro ruolo nel mondo, confusi come siamo da una società basata su modelli egoistici e narcisistici.

E cos’altro è il nostro Dorian Gray se non il ritratto perfetto di quello che al giorno d’oggi gli psicologici definirebbero come narcisista patologico, un predatore dalle mille forme che vive in mezzo a noi, che si nutre di noi e che ci convince a seguirli nel loro cammino, facendoci credere che le loro intenzioni siano diverse da quelle che hanno realmente ?

Ancora un plauso a John Logan, raffinatissimo sceneggiatore e profondissimo uomo di mondo che è riuscito, conciliando molteplici aspetti, a donarci un personaggio molto più realistico di quanto potremmo mai immaginare, un personaggio che, ahi noi, potremmo anche aver la sfortuna di incontrare davvero, sotto altre sembianze, nella nostra vita.

John Logan, dalla diffidenza all’amore

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E così, all’incirca in un mese, un mese e mezzo, io e la mia ragazza l’abbiamo terminata, dopo averla iniziata quasi per caso ed essercene innamorati visceralmente.

Purtroppo però, come spesso capita nelle storie d’amore intrise del più profondo e disperato romanticismo, alla fine le promesse che ci erano state fatte non sono state mantenute ed un senso di tradimento e di incompiutezza ci ha pervaso, facendoci chiedere ad entrambi “cosa sarebbe successo se…”

La mia necessità ora non è di certo quella di recensire una serie che è stata analizzata in lungo ed in largo, anche perché non credo di averne minimamente i mezzi, ma quella di dare una mia personale opinione su qualcosa che ha catturato la mia attenzione, che mi ha sedotto e che mi ha fatto profondamente riflettere, prima di essere costretto a darmi una spiegazione razionale di un finale che non ho trovato per nulla coerente con il resto della serie e con le scelte dei vari personaggi coinvolti.

Ecco, partiamo dal fatto che io, prima di Penny Dreadful, ero rimasto scottato da John Logan, sceneggiatore ed ideatore della serie.

Non avevo apprezzato infatti Skyfall dopo che era riuscito a rendere un personaggio a mio avviso iconico come James Bond un “prodotto” hollywoodiano, rendendolo sì più umano e sofferente ma mettendolo di fronte a situazioni che a mio avviso erano delle “paraculate”(permettetemi il termine) o meglio delle trovate estremamente tecniche per creare tensione a scapito della razionalità del tutto.

Non che i film di James Bond eccedessero di razionalità o di veridicità, dato che si sta parlando pur sempre di una spia britannica che si ritrovava a dover affrontare uomini con denti d’ acciaio o organizzazioni criminali con basi nascoste all’interno di vulcani , ma questo nuovo filone, quello con Daniel Craig nei panni di Bond ed iniziato con lo splendido (secondo me almeno) Casinò Royale, era partito seguendo una sorta di umanizzazione e di realisticità delle azioni dei personaggi e del mondo in cui si andavano a muovere sulla falsariga di quanto fatto dalla coppia Nolan/Goyer con Batman.

Con queste premesse un film con un regista come Sam Mendes avrebbe dovuto diventare un caposaldo di tutta la mitologia del buon James ma secondo me, tralasciando l’alone di personaggio combattuto e maledetto costruito ad arte da Logan per spiegare come poi Bond sia divenuto così glaciale e distaccato, la parte azione del film ed il lavoro che è stato fatto con Silva, il villain di turno, mi avevano fatto storcere il naso, dimostrando come a volte un buon gioco di prestigio ti faccia portare a casa il risultato, puntando più su strategie estremamente funzionali ed appariscenti a discapito della trama in sé.

E poi…Skyfall, la residenza scozzese in cui è cresciuto James… no, questo non me lo puoi fare John!

Poi un giorno su Netflix mi sono imbattuto in Penny Dreadful e lì il mio amore per i personaggi gotici, così tormentati ed incapaci di gestire le loro passioni e le loro “ombre” sono entrati in lotta con la mia diffidenza nei confronti di Logan, seppur riconoscessi la sua abilità nel dipingere personaggi di questo tipo e la sua maestria nella stesura di dialoghi raffinati, eleganti e dotati di quella sensualità e di quella passionalità che, quasi repressa e nascosta, si trasforma in seduzione e colpa.

E di fronte a questa scelta la curiosità ha vinto e si è andata ad aggiungere al fascino che proviamo tutti noi e che non vogliamo accettare, a quella voce sussurrata e profonda che ci fa dapprima avvicinare e poi sedurre dalle ombre più splendenti, convinti di ottenere così il loro potere nascosto.

E questa fascinazione mi ha ritornato questa volta quello che James Bond mi aveva tolto anni prima facendomi scoprire quello che ora considero un fuoriclasse del mondo della scrittura.

Essere stato tradito ancora ed ingannato da trucchi eseguiti così alla perfezione questa volta non mi ha fatto così male perché ho capito, o almeno credo, perché John Logan abbia dovuto comportarsi per forza di cose in questo modo.

Il primo passo

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Un processo di cambiamento è un processo lento ed estremamente faticoso.

In un mondo come il nostro poi, abituato a correre a velocità che non reputo adatte all’essere umano, questo processo diventa ancora più difficoltoso.

Come puoi dedicare del tempo alla riflessione se il modello di riferimento che ti viene dato esternamente è meramente fattivo?

Come puoi pensare di perdere del tempo utile, del tempo che puoi dedicare ad essere produttivo (per chi poi?) in arzigogoli mentali senza costrutto e che non ti portano da nessuna parte?

Fin da bambino, nonostante la mia ingenuità, devo aver intuito che esiste una realtà diversa da quella che l’apparenza ci fa percepire, una realtà che spesso viene costruita ad arte per mantenere questo o quel status quo.

Potere. Controllo.

Crescendo poi, questi sarebbero purtroppo diventati i miei stessi obiettivi, obiettivi che nonostante non fossero davvero quello che volevo ottenere nella vita credevo dovessero essere comunque raggiunti, in quanto tappa necessaria all’ottenimento della propria libertà individuale.

Mi sbagliavo e ne ho pagato il prezzo, perdendomi e perdendo vari pezzi di me.

Ho capito che non ci può essere del giusto in un percorso che porta gli uomini a sacrificare i propri corpi, le proprie anime, i propri principi ed i propri valori unicamente per rincorrere un modello di vita basato sul consumare senza alcun limite tutto quello che abbiamo attorno, rapporti umani compresi.

E da lì tutto è cominciato.

Un processo di cambiamento è estremamente faticoso, ti costa tempo ed energia .

E purtroppo , il primo step che dovrai affrontare sarà quello di scontrarti con quello che è il tuo mondo esterno, con le persone che hai accanto e che molto spesso ti cercheranno di convincere dell ‘inutilità della tua impresa. 

Nella migliore delle ipotesi ti verrà consigliato di cambiare qualcosina fuori, nelle tue abitudini di vita, negando l’utilità che può invece avere un viaggio all’interno di noi stessi.

Quelli che sono i mezzi necessari a creare un supporto duraturo e consapevole a questo processo, cioè  la spiritualità, l’analisi psicologica, la riflessione verranno demonizzati per vari motivi, per lo più totalmente basati su stereotipi o false credenze nei confronti dei prodotti della nostra millenaria coscienza interiore.

Eppure se vuoi cambiare qualcosa nella tua vita il cambiamento non può che iniziare da dentro di te e deve essere consapevole, cioè devi avere tu il controllo (nella sua accezione positiva stavolta) del tuo mondo, capendo chi sei e cosa ti rende felice.

Farlo però senza la giusta lente di ingrandimento ti porterà per forza a vedere le cose da un punto di vista diverso da quello che è realmente, un punto di vista viziato e deviato da chi, se tutti ottenessero questa consapevolezza, non potrebbe poi mantenere lo status quo che permette loro di arricchirsi e di dare energia ad un mondo che necessita anch ‘esso, secondo me, di un profondo e drastico cambiamento di paradigma.

Quando capiterà (e fidati, capiterà) anche a voi di scontrarvi con il mondo esteriore ricordatevi che questo è assolutamente normale e che tutti quelli che hanno cercato di cambiare loro stessi hanno affrontato questa cosa prima di voi.

Purtroppo questo è uno step necessario al mutamento, ma siate certi che poi chi vi capirà per davvero lo incontrerete proprio percorrendo il vostro nuovo cammino.