The Order

The Order è il secondo cortometraggio a cui ho lavorato, anche se poi è diventato il primo che di fatto io ed i miei amici/soci abbiamo terminato.

Nato un po’ per caso, di certo non era stato concepito per essere quello in cui poi si è trasformato.

Nel marzo del 2015 il mio amico Riccardo (http://www.riccardoberdini.com/, guardate cosa è in grado di fare! ) si era appena trasferito a Los Angeles e, provenendo dal mondo del teatro, si ritrovava con la necessità di girare alcune scene cinematografiche da inserire nel suo showreel.

Purtroppo non essendo io uno sceneggiatore professionista (non lo sono diventato nemmeno adesso sia chiaro) non avevo nulla di pronto da potergli proporre, nonostante volessi aiutarlo e mi allettasse l’idea di lavorare di nuovo assieme a lui. Nulla, a parte del materiale che proveniva da un corso di scrittura creativa a cui avevo partecipato tempo prima, corso tenuto dal bravissimo Corrado Premuda (se siete di Trieste andateci!).

Tra questi miei pseudolavori, l’unica cosa che pensavo potesse assomigliare ad uno script cinematografico era (o almeno così credevo) il mio fallace tentativo di provare a scrivere una scena teatrale.

Nel Temperamatite (il corso di scrittura creativa si chiama così) ad ogni lezione trattavamo una tipologia di genere o di stile diverso e, dopo averlo definito, provavamo noi stessi a scrivere qualcosa di simile per vedere se questo ci fosse o meno congeniale.

L’ unica limitazione alla nostra produzione era che dovevamo seguire alcuni “paletti” imposti da Corrado, così da poter affinare il controllo sulla nostra scrittura. Nel caso della scrittura per il teatro, questi consistevano nel poter utilizzare due soli personaggi ed un unico oggetto attorno il quale costruire la scena.

La mia immaginazione così mi condusse ad un film, V per Vendetta, tratto da una graphic novel scritta da uno dei gotha del fumetto mondiale, Alan Moore (lo amo, sappiatelo!) ed al rapporto lì descritto tra Eve ed il protagonista della storia, il terrorista V.

Mescolando le carte in tavola decisi di creare un vero carceriere ed una vera detenuta, due archetipi utili a rimarcare due punti di vista e due schemi valoriali diametralmente opposti, mentre come oggetto “centralizzante” scelsi… un cappio!

Due ore di stesura ed un mesetto di lavorazione dopo (fatto insieme ad una ragazza americana che sceneggiatura l’aveva studiata per davvero) ed ecco nascere The Order, corto dalla maggior spettacolarizzazione rispetto alla mia idea iniziale ma ancora molto fedele alla dicotomia libertà/controllo su cui avevo deciso di basarlo.

Perché dentro di noi esiste qualcosa di profondo, una parte segreta che è il nostro vero io e che comprendendo ogni cosa cerca, in ogni modo, di farci avvicinare ai veri noi stessi, facendo venire alla luce quello che non riusciamo a capire razionalmente.

In quel periodo infatti stavo attraversando uno dei momenti peggiori della mia vita poiché mi ritrovavo ad essere dipendente in un’azienda che utilizzava tutti i mezzi a sua disposizione per trasformare quelli che erano dei semplici “uomini” in soldati, adoranti o spaventati, privi di ogni iniziativa non richiesta e modellati secondo le esigenze comportamentali di persone a cui non interessava la reale buona riuscita del lavoro in sé ma solo il dominio incontrastato delle forze produttive.

La cupola organizzatrice di questo modello, comprendente componenti affiliatisi per motivi totalmente diversi tra loro (non tutti erano realmente “cattivi”, sia chiaro), è stata protagonista di azioni  che considero terribili, andando molto oltre a quelli che considero essere i miei limiti sia etici che morali, azioni “necessarie”per poter punire, ed estirpare, coloro che non avevano accettato profondamente il nuovo ordine.

Il loro obiettivo mi è stato chiaro fin da subito e si può anche considerare come abbastanza “normale” (se si può definire normale una pratica simile), cioè formare una coscienza ed una filosofia ben definita ed accettata da tutti i dipendenti, in un piano di creazione di un “pacchetto”di immagine aziendale atto a far aumentare il valore dell’azienda stessa.

Faccio una premessa fondamentale, facendo notare come queste persone fossero arrivate con il ruolo di salvatori, con l’intento di dare delle regole e di portare una sorta di equità ad un luogo dove le differenziazioni di trattamento erano all’ordine del giorno (se eri “dentro”ottenevi qualcosa in più, quelli “fuori” non ottenevano invece niente), ruolo che avevano quindi avuto quando l’azienda era già avviata da molto tempo, trovandosi in una situazione che era già ben che definita. Il processo di strutturazione della filosofia aziendale doveva quindi essere rapido e chirurgico in quanto ,come detto prima ,l’obiettivo principale era un altro, cioè creare un “prodotto” appetibile alla vendita e che comprendeva, oltre ad infrastrutture valide, anche un pacchetto di dipendenti fedeli ed obbedienti.

Cosa c’era di diverso dalle altre realtà e/o situazioni di questo tipo?

Il metodo.

Iniziò con l’invio di alcune lettere di richiamo, erogate per far si che operai ed impiegati adottassero comportamenti consoni (cosa che ci può anche stare)e proseguì con lo spostamento di quelli che non erano ben visti, trasformandosi poi ben presto in un delirio totalitarista in cui il dissenso doveva essere eliminato ed in cui nessuno era più al sicuro dalla possibilità di essere “epurato”, perdendo così ciò che si era ottenuto fino a quel momento nella propria “carriera” (traslandolo in altri ambienti ed in altre situazioni ben più tragiche vi ricorda qualcosa?).

Retti da uomini senza troppi scrupoli e senza empatia,ho passato anni in cui intorno a me insorgevano malattie psicosomatiche, psichiche, fisiche ( ci sono stati perfino alcuni morti sul lavoro), dovute credo alla presenza, continua e generalizzata, di un sistematico clima del terrore.

Tutto ciò in nome del capitalismo più radicalizzato, dell’ambizione più cieca e della convinzione di non poter ottenere gli stessi risultati con il dialogo e con la collaborazione ma solo “forzando”e piegando la volontà altrui con la prepotenza.

Con il tempo poi, ti ritrovavi ad osservare come la gente si ritrovava cambiata senza nemmeno accorgersene, mutata dalla paura di perdere il posto di lavoro, attenta a come si comportava per non ritrovarsi poi inserita in una blacklist immaginaria che ti faceva diventare non gradito anche dagli stessi colleghi e non accettato da quelli che si erano piegati prima di te (avete visto the Wave?).

E chi ancora resisteva lo faceva unicamente lamentandosi davanti alla macchinetta del caffè, facendomi comprendere che per inneggiare alla libertà, per crederci per davvero, devi anche essere disposto a lottare per essa e ad arrivare fino in fondo, sacrificando quello che pensi sia “tuo” (e che molte volte altro non è che un’illusione).

Da questo mio personale vissuto è nato the Order (https://www.imdb.com/title/tt8343542/), corto selezionato a concorsi cinematografici a Los Angeles, Chicago e Mosca.

Password: order1

Enjoy!

P.s.: il corto è in inglese, a breve pubblicherò anche la sceneggiatura!

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